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Golf
PILLOLE DI GOLF/247: I CAMPIONI DEL PGA INIZIANO L'ANNO ALLE HAWAII

L'outsider Schauffele trionfa nel torneo riservato ai 37 vincitori del circuito


MAUI - Al Plantation Course di Kapalua, è andato in scena l’evento riservato alla crema del PGA, cioè ai 37 che hanno vinto un torneo nel circuito della passata stagione. Il Sentry Tournament of Champions ha luogo sempre durante la prima settimana di gennaio, sempre nel medesimo...continua

Golf
CAMPI DA GOLF/19: IL MOLINETTO GOLF & COUNTRY CLUB

Dai Celti agli Sforza, a Cernusco sul Naviglio si gioca tra la storia d'Italia


CERNUSCO SUL NAVIGLIO - Quello che colpisce maggiormente arrivando al Golf Molinetto, è di trovarsi all’improvviso in una realtà che si stacca completamente da tutto ciò che la circonda: il territorio tipico della Lombardia produttiva, dove la gente è soprattutto...continua

Golf
PILLOLE DI GOLF/246: DAL 2019 IN VIGORE LE NUOVE REGOLE DI GIOCO

Le norme ridotte a 24: ecco le principali novità


TREVISO - Erano trentaquattro le Regole del Golf; erano tante, e soprattutto abbastanza complicate da ricordare, per il neofita che le doveva capire, memorizzare, e poi correttamente applicare.Dal 1° gennaio 2019 sarà in uso una versione rivisitata, principalmente finalizzata ad una...continua

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A Palazzo Bomben il libro sul boss della Mala del Brenta

ZORNETTA RACCONTA MANIERO

L'appuntamento è venerdì 9 settembre alle ore 18.30


TREVISO - Venerdi 8 settembre a Palazzo Bomben-Fondazione Benetton Monica Zornetta presenterà il suo ultimo libro La resa. Ascesa, declino e "pentimento" di Felice Maniero.

Le ultime immagini che di lui circolavano lo ritraevano sorridente, sfrontato – sebbene, con le manette ai polsi, avesse appena perduto la libertà -, circondato dai poliziotti della questura di Torino e dagli estasiati giornalisti. I capelli a caschetto, divenuti il suo inconfondibile marchio “di fabbrica” erano pettinati all’indietro, un foulard a pois, elegante e molto borghese, sostituiva le camice sportive a tinta unita e i ...maglioni con cui usava presentarsi ai processi. A quegli stessi processi in cui, dalle gabbie, pasteggiava con spaghetti all’astice e champagne.

Da allora per Felice Maniero, l’ex boss della Mala del Brenta (la sola associazione per delinquere di stampo mafioso nata e cresciuta in territori non tradizionalmente interessati dalle mafie, come ha accertato il primo importante processo datato 1994) sono trascorsi 16 anni.

Anni contraddistinti da una fruttuosa collaborazione con lo Stato che gli ha consentito di tenere fuori dalle indagini e dai processi madre e fidanzata (la prima ritenuta da diversi ex sodali come la cassiera della banda) e di conservare in qualche posto sicuro i tanti miliardi accumulati in quasi vent’anni di attività criminale.

Anni, quelli vissuti da Maniero a partire da quel pomeriggio di novembre 1994, caratterizzati da silenzi profondi, interrotti, di tanto in tanto, dalle richieste dei suoi difensori di riammetterlo nel programma di protezione – da cui era stato estromesso a causa dei suoi comportamenti disinvolti - e da squarci di autentico dolore, come la tragica fine della primogenita Elena. Anni, ancora, costellati da lieti eventi come la nascita dalla piccola di casa, Caterina, avuta dalla fidanzata Marta, sorella minore dell’ex compagna Rossella (madre di un altro dei figli di Felice, Alessandro, morta in circostanze misteriose nel 1989), da tentativi riusciti di rifarsi una vita senza allontanarsi troppo da quei luoghi che conosce così bene (oggi è un indaffarato imprenditore che opera con un altro nome e cognome) e dal termine, tanto atteso, della misura della sorveglianza speciale che fino al 23 agosto scorso lo obbligava a soggiornare in un determinato luogo, di rincasare entro le undici di sera e di non uscire di casa prima delle sei del mattino.

Felice Maniero ora è un uomo libero. Ha scontato i 17 anni di carcere e può girare senza più alcun vincolo per l’Europa, può fare affari dove più gli pare, anche in quella Croazia dove negli anni d’oro era di casa, vantando un’amicizia particolare con il figlio dell’allora presidente nazionalista Franjo Tudjman e dove è convolato a nozze con una croata mai vista prima, evidentemente per ottenere la cittadinanza. Maniero può girare come un imprenditore qualunque, con un nome e un cognome nuovi ma con, sulla carta d’identità, il volto di sempre: quello, naturalmente un po’ più invecchiato, della “faccia d’angelo” del crimine veneto, del boss che ancora giovanissimo faceva affari con i più importanti “uomini d’onore” di Cosa nostra al nord come Gaetano Fidanzati, Salvatore Enea (l’uomo ponte tra la mafia siciliana e la Banca Rasini di Milano), Alfredo Bono, l’uomo che ha contribuito ad esportare la mafia a Milano e, infine, con Mario Plinio D’Agnolo, il braccio destro di Francis Turatello, il boss meneghino a cui Maniero ha “saccheggiato” il celestiale nomignolo.

Amante dell’arte, delle donne (molte delle quali ne hanno pesantemente condizionato le scelte, a partire dalla madre), degli yacht e delle armi, Felice Maniero, che nel 2000 ha cambiato il proprio nome, insieme alla sua organizzazione composta da diverse centinaia di uomini – compresi un maresciallo dei Carabinieri del Ros e un ispettore di Polizia, entrambi risultati a libro paga della Mala - ha tenuto in scacco il nordest per 20 anni con rapine miliardarie passate alla storia, evasioni spettacolari da due penitenziari di massima sicurezza, sequestri di persona, omicidi, sparatorie, traffici di droga e di armi ed eccessi di ogni tipo. Tanto controversa è stata la sua carriera criminale (come mai ha potuto delinquere per tutto questo tempo? C’è stato forse un laissez-faire da parte di chi avrebbe dovuto invece contrastarlo? Hanno avuto qualche ruolo preciso i servizi segreti?) quanto chiacchierata è stata la sua scelta di collaborare con lo Stato, anzi, la trattativa che ha portato alla sua collaborazione e le modalità con cui è stata poi portata avanti: lo rivelano anche alcune delle lettere indirizzate da Maniero a due magistrati dell’antimafia del Veneto e a un dirigente dell’allora Criminalpol (in una di queste, datata 14 febbario 2001, l’ex boss si lamentava del mancato rispetto “delle promesse fattemi dal dott. Fojadelli” mentre in un’altra, a essa antecedente, ricordava all’allora capo della Criminalpol che “pur di non far fare due o tre giorni di carcere a Marta ho accettato di collaborare con lei”).

Maniero dice ora di essere tranquillo, di sapere di aver pagato poco per quello che ha fatto ma di non aver paura di morire. Sa che sono in molti a volerlo morto. Uno su tutti è il suo vecchio braccio armato, Antonio Pandolfo soprannominato “Marietto”, un omone grande e grosso dai folti baffi scuri, da tempo rinchiuso alla Casa circondariale di Carinola. Pandolfo è l’unico a non aver mai rinnegato l’appartenenza alla Mafia veneta.

“Mi vogliono uccidere? – ha recentemente detto Maniero - Avranno l’acquolina in bocca ma non temo la morte”.

La presentazione del libro La resa. Ascesa, declino e "pentimento" di Felice Maniero approfondirà questi e altri aspetti della vita del boss. L'appuntamento è venerdì a Palazzo Bomben, in via Cornarotta 9, alle ore 18.30


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