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Golf
PILLOLE DI GOLF/181: SUPER FRANCESCO MOLINARI, SECONDO AL PGA CHAMPIONSHIP

A Charlotte l'azzurro protagonista nel torneo dei pro Usa


TREVISO - Si è concluso il 13 agosto il 99° PGA Championship giocato al Quail Hollow Club di Charlotte, un lunghissimo Par 71 di 7.000 metri, nel North Carolina. Non potevamo trascurare questo evento, il quarto e ultimo major della stagione, con 156 giocatori, i più grandi del...continua

Golf
PILLOLE DI GOLF/180: MATSUYAMA "SGOMMA" CON UN TERZO GIRO RECORD

Il giapponese vince la sfida tra campioni al Wgc Bridgestone Championship


TREVISO - Si gioca al Campo Sud del Firestone CC, un Par 70 di Akron nell’Ohio, il Wgc Bridgestone Championship Invitational, terzo dei quattro tornei stagionali del World Golf Championship che anticipa di una settimana il PGA, il Campionato Professionisti Americano, che sarà...continua

Golf
PILLOLE DI GOLF/179: THE OPEN

Il trionfo di Jordan Spieth che vice il terzo major stagionale


GRAN BRETAGNA - The Open Championship o semplicemente The Open, è il British Open, che così vien chiamato solo fuori del Regno Unito. È la competizione golfistica tra le più importanti, la più longeva, ha storia di tre secoli. È l’unico dei quattro...continua

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Il messaggio del Vescovo Gianfranco Agostino Gardin

"LA MISERICORDIA DI DIO ABBRACCIA L’ETERNITÀ"

Domenica l'apertura della porta Santa al Duomo di Treviso


TREVISO - Abbiamo iniziato il rito dell’apertura della Porta santa ripetendo molte volte nel canto: in æternum misericordia eius. La misericordia di Dio abbraccia l’eternità, attraversa tutti i tempi, raggiunge ogni creatura, avvolge la vita di ogni persona. E se al cuore della nostra fede, vi è la persona di Gesù Cristo, non possiamo dimenticare che Egli è «il volto della misericordia del Padre». Papa Francesco ha voluto che questa parola – misericordia – che risuona numerose volte in tutta la Bibbia, non restasse per noi talmente scontata da divenire, di fatto, vuota: solo parola detta, ma non esperienza vissuta. La misericordia di Dio, infatti, è la prima verità della Chiesa, la fondamentale “bella notizia” – l’evangelo – per chi vive il dono della fede. I cristiani non credono semplicemente che Dio esiste; potrebbe essere anche un Dio senza volto, un freddo, lontano, impassibile “ente superiore”; o, peggio, solo un grande rigoroso controllore dei nostri errori, un giudice implacabile dei nostri peccati. Il cristiano sa invece di essere oggetto di una incontenibile, inesauribile misericordia da parte di un Dio che, come dichiara Giovanni nella sua prima lettera, «non siamo stati noi ad amare, ma è lui che ha amato noi e ha mandato il suo Figlio come vittima di espiazione per i nostri peccati» (1Gv 4,10). La misericordia di Dio è, come ho detto, annuncio che pervade tutta la Scrittura. Prendo una pagina, tra le tante, dell’Antico Testamento, dal libro dell’Esodo, dove Dio in certo modo presenta se stesso, dichiarandosi come «il Signore, Dio misericordioso e pietoso, lento all’ira e ricco di amore e di fedeltà, che conserva il suo amore per mille generazioni, che perdona la colpa, la trasgressione e il peccato, ma non lascia senza punizione, che castiga la colpa dei padri nei figli e nei figli dei figli fino alla terza e alla quarta generazione» (Es 34,5-7).
In questo testo sono affermate sia la misericordia che la giustizia di Dio: giustizia nel senso che Dio non può non riconoscere la colpa come tale e quindi meritevole di castigo. E tuttavia emerge la sproporzione enorme tra giustizia, o castigo della colpa, e misericordia: mentre la punizione giunge, come abbiamo sentito, fino alla terza e alla quarta generazione, l’amore del “Dio misericordioso e pietoso” dura per mille generazioni. Questo dice che la punizione, pur affermata, di fatto non può andare ad esecuzione, perché è, per così dire, bloccata dalla misericordia, ed è bloccata per sempre (per mille generazioni). Si potrebbe dire che la giustizia divina è proclamata solo perché risulti, nel confronto con la misericordia, che quest’ultima è infinita, senza misura. Questo è espresso efficacemente anche dal salmo 30, in cui viene detto in maniera concisa, quasi scultorea, che la collera di Dio «dura un istante, la sua bontà per tutta la vita».
Questa specie di sproporzione, di misura sovrabbondante e quasi irragionevole dell’amore, della misericordia, della benevolenza, è espressa, in fondo, anche nella semplice parabola che abbiamo ascoltato prima di entrare attraverso la Porta santa: quella del pastore che lascia le novantanove pecore nel deserto (nel deserto: non protette nell’ovile) per cercarne una sola che si è smarrita (cf. Lc 15,4-6).
Questi sono gli “eccessi” della misericordia; quegli eccessi che facevano mormorare i farisei, i quali dicevano di Gesù con disprezzo: «Costui accoglie i peccatori e mangia con loro» (Lc 15,2). Forse anche oggi qualcuno taccerebbe il comportamento di Gesù, come si usa dire, di “buonismo”, o forse di sconsiderata larghezza o tolleranza.
C’è e c’è sempre stato, a quanto pare, chi diffida della misericordia e vorrebbe un Dio severo: di solito severo con gli altri. Lo stesso Giovanni Battista che, come abbiamo sentito nella pagina evangelica, annunciava un Messia giudice inesorabile, che avrebbe riconosciuto i buoni (il frumento) ma smascherato e punito i cattivi (la paglia, che verrà bruciata «con fuoco inestinguibile»), rimarrà poi smarrito di fronte allo stile di Gesù che proclama il primato della misericordia e accoglie con simpatia i peccatori. E infatti manderà a chiedere a Gesù: «Sei tu colui che deve venire o dobbiamo aspettare un altro?» (Mt 11,3). Quasi a dire: non è forse eccessiva la tua misericordia?
Il cristiano ha dunque una certezza, che diventa la sua più grande consolazione e la fonte di tutta la sua speranza: quella di essere oggetto di una misericordia che non ha limiti da parte di Dio.
Ma, prima di varcare la Porta della misericordia, noi, abbiamo ripetuto anche: misericordes sicut Pater: “misericordiosi come il Padre”, espressione di Gesù (cf. Lc 6,36) che il Papa ha scelto come motto del Giubileo. Dirà ancora la prima lettera di Giovanni: «Se Dio ci ha amati così, anche noi dobbiamo amarci gli uni gli altri» (1Gv 4,11).
«Misericordia – ha scritto il Papa – è la legge fondamentale che abita nel cuore di ogni persona quando guarda con occhi sinceri il fratello che incontra nel cammino della vita» (Misericordiœ vultus 2).
E qui si apre il grande spazio delle cosiddette opere di misericordia, che sono spazio di vangelo, che sono il modo più concreto di mettersi al seguito di Gesù. «Che cosa dobbiamo fare?» abbiamo sentito chiedere nel vangelo da quanti accorrevano dal Battista (Lc 3,10). Che cosa dobbiamo fare una volta varcata la porta santa della misericordia?
Vorrei che ci lasciassimo illuminare ancora dalle parole ma anche dai gesti di papa Francesco.
Il quale, con una scelta carica di significato, ha aperto prima di tutte la porta santa della cattedrale di Bangui, nel cuore dell’Africa, in un Paese, come egli stesso ha detto, che «sta cercando di uscire da un periodo molto difficile, di conflitti violenti e di tanta sofferenza nella popolazione». Ha aperto dunque la prima porta santa tra i più poveri, in tutti i sensi.
E nell’udienza generale del 18 novembre scorso, il Papa ha illustrato il senso della porta, dicendo tra le altre cose: «Se la porta della misericordia di Dio è sempre aperta, anche le porte delle nostre chiese, delle nostre comunità, delle nostre parrocchie, delle nostre istituzioni, delle nostre diocesi, devono essere aperte, perché così tutti possiamo uscire a portare questa misericordia di Dio».
E ha detto ancora: «La gestione simbolica delle “porte” – delle soglie, dei passaggi, delle frontiere – è diventata cruciale. La porta deve custodire, certo, ma non respingere. La porta non dev’essere forzata, al contrario, si chiede permesso, perché l’ospitalità risplende nella libertà dell’accoglienza, e si oscura nella prepotenza dell’invasione. La porta si apre frequentemente, per vedere se fuori c’è qualcuno che aspetta, e magari non ha il coraggio, forse neppure la forza di bussare. Quanta gente ha perso la fiducia, non ha il coraggio di bussare alla porta del nostro cuore cristiano, alle porte delle nostre chiese… E sono lì, non hanno il coraggio, gli abbiamo tolto la fiducia: per favore, che questo non accada mai».
Il passaggio attraverso la porta santa non è un atto magico. È proposto come conclusione di un pellegrinaggio, un cammino in cui dovrebbe emergere la coscienza che siamo oggetto della misericordia e del perdono di Dio. È atto di consapevolezza, di conversione e di impegno.
Una volta passati attraverso la porta santa della misericordia bisogna aprire altre porte, le nostre porte della misericordia: quelle dell’accoglienza, della prossimità, dell’ascolto, della comprensione, della solidarietà, del perdono, della gratuità, della speranza.
Sia così il nostro Giubileo. E così ci aiuti a viverlo Maria, Madre di misericordia.
† Gianfranco Agostino Gardin
vescovo di Treviso