CIMADOLMO –  la Chiesa, le Grave

È bello il nome di questa cittadina Cimadolmo; è termine leggero, aereo. Già nell’antichità l’olmo era ritenuto albero sacro, ed è possibile che in quel luogo ci fosse a dimora un olmo,

e che il suolo a lui dintorno desse ospitalità ai capi della comunità per le fondamentali riunioni. L’olmo era infatti ritenuto albero sacro. La sua  maggior piantumazione avvenne più tardi, all’epoca delle bonifiche. La zona era favorevole alla vita di quella pianta, ed erano stati i frati Nonantolani nel tardo medioevo, a introdurre l’olmo nel territorio a scopo di bonifica. La proprietà dell’olmo infatti è di assorbire l’umidità del terreno e renderlo così maggiormente coltivabile. A prendere in esame il senso del fitonimo Cimadolmo, “Cima” sta a significare estremità, punto terminale.

Son due le frazioni che sostengono il Comune: San Michele di Piave e Stabiuzzo, che a loro volta sono formate da interessanti borghi. Uno di questi è Grave di Papadopoli,

località che ho più volte frequentato a cavallo. Fondo ghiaioso, sono qui gli itinerari della Grande Guerra, i luoghi storici del primo conflitto mondiale lungo il Piave, fiume sacro alla Patria. Sono presenti postazioni militari, bunker e trincee, tutto recuperato e reso visitabile. Recandovisi ci si immerge nel passato, se ne coglie la situazione vissuta dai fanti in quel conflitto mondiale.

C’è al suo interno il Campo ” Jonathan “, un’aviosuperficie a disposizione dei Piloti della base, ma anche agli esterni, che intendono utilizzarla nei momenti previsti, come approdo o per addestramento. Il luogo è pregno di entusiasmo per l’aviazione, fornisce dettagliate informazioni per la pianificazione del volo.

Nel XII sec a San Michele ci furono tante dispute e disagi: nel 1164 Eccelino il Balbo, coalizzato con gli eserciti del Patriarca di Aquileia (Ceneda, Belluno, Conegliano e Friuli), si era messo in testa di abbattere il libero comune di Treviso, e San Michele si trovò a essere in mezzo al ballo. Nel ‘300 poi, prima gli Ungari poi i Padovani, devastarono il territorio. A tutto ciò vanno aggiunte le infinite inondazioni.

Il nome della cittadina trae genesi dal culto di San Michele Arcangelo, è stata qui curiosa la litigiosità tra il popolo e gli ecclesiastici. Le genti erano orgogliose della chiesa che traeva origine dalla Pieve del XII secolo; senonché nel ‘500, essa dovette soggiacere alla dipendenza del Parroco di Cimadolmo. Venne con ciò cambiato il titolare della dedica, si fece riferimento a (Ulmo), non più alla località (de Plavi), con il risultato, che la chiesa di San Michele non fu più autonoma circoscrizione ecclesiastica. Si trascinò per secoli la diatriba: Affronti, ingiurie e contese seguivano l’ostruzionismo del parroco di Cimadolmo, quando i “sanmiceoti” esprimevano il desiderio di avere l’autogoverno della Parrocchia. Le controversie tra le due località che nel ‘600 arrivarono all’orecchio del Papa, sortirono l’istituzione di un Cappellano con le mansioni di Parroco, a cui seguì la promozione da Curazia a Vicarìa.

Nel 1823 venne eretta la nuova chiesa, questo contribuì a far tornare l’indipendenza ecclesiale di San Michele. In quel giorno di fine ‘800, quando San Michele tornò ad essere parrocchia indipendente, furono festeggiamenti grandissimi in paese: le campane suonarono a festa per ben otto giorni; e da allora cessò ogni ostilità tra le due località. L’ufficialità del ripristino dell’antico titolo fu tuttavia confermata solo nel 1910.

La chiesa di San Michele Arcangelo, rasa al suolo durante la  prima Guerra Mondiale, fu prontamente ricostruita su progetto dell’architetto Luigi Candiani alla maniera del Brunelleschi.

L’edificio è punto cospicuo per il paese: la particolare cupola di alto livello ingegneristico, il maestoso pronao sostenuto da colonne e sormontato da un bel timpano, i richiami al Pantheon, rendono un insieme di squisita bellezza. Al Candiani si deve il disegno di oltre cento chiese, e opere civili. A Treviso progettò la chiesa e la fontana di piazza San Leonardo,

il palazzo neogotico già del Littorio in piazza San Vito, Palazzo Bogoncelli in via Martiri della Libertà, la chiesetta degli Oblati, il foro boario, e tanto tanto altro.

Nell’altra frazione, Stabiuzzo, tornano a unirsi i due rami del Piave  che si erano separati

per dar luogo alle Grave di Papadopoli, e che qui implementa la sua portata ricevendo le acque del rio Negrisia. In questo luogo ebbe origine stabulum “stalla”, poi Stablucium, oggi Stabiuzzo, primo abitato nel 148 a.C., sull’arteria che collegava Aquileia a Genova. Nacque infatti come stazione attrezzata per il cambio dei cavalli lungo la via Postumia, qui superava il Piave con un ponte. Fu sede di  grande mercato, ma fu più volte inghiottita dalle piene del fiume, e il mercato dovette spostare la sede a Oderzo. Oggi il luogo è appartato e silenzioso, fan bel vedere le vigne.

Tutto il territorio di Cimadolmo ricevette a lungo offese dalle turbolenze del fiume.

Al tempo della Serenissima, dopo le gravi inondazioni del ‘300, il paese fu ricostruito più lontano dal fiume ma non ebbe mai pace  fin quando, verso fine ‘800, venne creata una diga a protezione della riva sinistra. L’opera concesse una maggior tranquillità al luogo, e permise più proficuo  sviluppo all’agricoltura, interessata ai cereali, alla vite, e alla lavorazione del giunco.

Con il suo Piave Cimadolmo fu anche teatro di aspri combattimenti nel corso della Grande Guerra. Oggi, insediata in quel tranquillo contesto rurale, la cittadina è anche volta alla cultura: ospita sovente l’Orchestra Regionale Filarmonia Veneta, nel progetto “Musica per il Sociale”. 

Epperò non sarà mai dimenticato che qui, nell’epilogo della ritirata di Caporetto, le acque del fiume si colorarono di rosso.                                                                                      Paolo Pilla