Ricorre spesso nel mondo animale il termine “cornuto”. Lasciando da parte quest’appellativo conferito all’essere umano, nelle bestie è proprio una corporeità.

Di altrettanta fisicità sono i due modesti rilievi entro cui è inserito l’abitato di Cornuda, che ricordano due corna poste a definire l’area dell’abitato. Ecco che a buon titolo si può dar significato al toponimo, che avrà certamente anche risentito della pratica della centuriazione, utilizzata dagli antichi romani per suddividere razionalmente aree sia urbane che agrarie. Serviva per frazionare i latifondi pubblici e ricavarne particelle da attribuire ai veterani di guerra che cessavano di combattere, L’agrimensore tracciava due rette perpendicolari tra esse, il cardo indicava nord-sud e il decumano est-ovest.

Ne sortiva un reticolo ortogonale di poderi, adatti allo sfruttamento del suolo. Va anche rilevata l’evidenza dei due colli sullo stemma del Comune. Quanto ricordato rappresenta solo una possibilità, ma a conforto di ciò c’è anche il fatto che nei documenti medioevali il luogo era chiamato “Cornuta”.
È posta all’estremità delle propaggini orientali dei colli asolani, lungo la riva destra del Piave.

Il suolo è in buona parte composto da colline, alcune di buona levatura, la sommità maggiore si trova sul monte Sulder (472 m); la cittadina è pressoché sul piano. Poco rilevanti sono i corsi d’acqua, la zona è servita da due considerevoli canali artificiali: la Brentella e il Canale di Caerano.

Dubbioso è qui il chiaro momento di comparsa dell’uomo; sono però presenti tracce di vita di epoca preistorica, particolarmente riscontrabile in valle San Lorenzo, ma anche dai tanti reperti che ancora oggi emergono dal terreno. Quando nel 1881 fu edificata la Filanda Serena, vennero alla luce i resti di un villaggio di chiara origine paleoveneta.
In epoca romana Cornuda godette le opportunità fornite dall’antica via Piovega che collegava il Piave al Brenta, valido per sfuggire alle orde barbariche. Fu allora che Cornuda ebbe maggiore sviluppo: si prodigò ad accogliere quanti fuggivano dalle borgate vicine, più esposte al pericolo.
Importante sotto l’aspetto ecclesiastico, aveva una Pieve, una delle quattro esistenti a Treviso nell’VIII secolo. Il sito era feudo di quel Vescovo, i cui fortilizi furono distrutti da Ezzelino. Sulla sommità di una collina c’è il santuario della Rocca, l’antica chiesa eretta sui resti di un fortilizio.

Al suo interno l’immagine della Madonna miracolosa, ancora oggi venerata. Nel dopoguerra molti trevigiani, un paio di volte anch’io, andavano in pellegrinaggio in bicicletta. Le ferrovie avevano programmato un treno speciale, che da Venezia portava i pellegrini a Cornuda.

A riconoscere il santuario esisteva una secolare quercia, che quindici anni fa rovinò al suolo in clima di mistero.
Oggetto di consistenti interventi nel tempo è l’oratorio dei Santi Sebastiano e Rocco in Valle risalente al ‘400, come voto per un’epidemia di peste che si diffuse in queste zone. Lo volle il benestante di Cornuda Vittore Fotàro, notaio, che fece dono di “…una pezza di terra prativa, arborata, vitegata e oliverata di campi uno e mezzo…”, e ordinò l’affresco della “Vergine con Bambino tra i santi Sebastiano e Rocco”. L’opera, del 1492 come riporta lo stesso dipinto, si salvò dalle traversie della chiesa perché tolta dal muro originale e disposta in cornice su altro muro.
Non lontana dalla Rocca, lungo il corso del Ru Nero, c’è la Chiesa romanica dei Santi Vittore e Corona, l’antico oratorio che nel XII secolo ricevette il corpo dei due santi.
La parrocchiale è dedicata a San Martino Vescovo. La costruzione risale alla fine del ‘200, è di stile romanico-gotico a croce latina, con tre navate. Conserva al suo interno tre preziose pale.
Tra le strutture civili, d’interesse storico-artistico c’è Palazzo De Faveri Tron edificato in compattezza: due coperture in rame coprono la porta d’ingresso e la meridiana realizzata a fresco; accanto ci sono un portico e una torretta, il tutto reso ancora più bello dal parco secolare.
Villa Bettis, del Cinquecento ha una bella facciata, con il timpano e con lo stemma gentilizio, e una coppia di trifore sovrapposte. Lo splendido arco d’ingresso svela un’elegante gradinata scortata da statue. Il restauro della villa che seguì le lesioni provocate nella grande guerra, non fu però del tutto perfetto.
C’è poi Villa Bolzonello, un edificio imponente del ‘300 che conserva frammenti di pregevoli affreschi e gli stemmi degli antichi proprietari; e Villa Viviani, un bell’edificio del Quattrocento, con incantevole loggiato a piccoli archi, e altre ancora.
L’edificio che oggi accoglie la locanda “Alla Stella d’Oro” risale al Cinquecento, era di proprietà della facoltosa famiglia Trieste di origine ebraica, industriali del settore tessile serico. Vivevano a Padova, ma erano attratti da Cornuda, dove acquisirono beni.

C’è a Cornuda un museo particolare: Il Museo della Stampa e del Design Tipografico, di caratura mondiale. Si trova nell’ex chiesa di Santa Teresa, accanto c’è il “Tipoteca Auditorium”. In una visita è molto interessante scoprire l’arte tipografica: spazia dalla comunicazione visiva, al libro, alla grafica, alla fotografia, alla scrittura musicale.
Nel dopoguerra Cornuda si specializzò nella creazione di scarpe da trekking e da scalata. Erano economiche, ma di buona fattura. I trevisani le compravano, ricordo che qualcuno si era anche inventato un piccolo commercio privato con parenti e conoscenti.
E per finire, un monumento della natura: il Bosco Fagaré. È questo un lascito del conte Guglielmo d’Onigo, che dichiarò il Bosco Fagaré bene inalienabile, patrimonio dello Stato. Il suo nome deriva ovvio, dall’antica presenza del faggio. Le due guerre provocarono al bosco qualche distruzione da incendi e altre traversie. A comporre il bosco sono ora molte altre pregiate essenze, è sulla disponibilità dei Comuni di Cornuda e di Crocetta che hanno l’onere di salvaguardare quei 150 ettari di natura, considerati sacri dagli antichi abitatori. All’interno del Bosco sono stati organizzati sentieri, per consentirne la visita.
Nel 1848 ci fu qui uno scontro tra austriaci e guardie pontificie. In memoria furono eretti un Ossario sulla collina della Rocca, la Pria Morta, e l’obelisco in pietra con ai lati quattro leoni.
Le avversità non mancarono proprio, ma percorrere le antiche vie di comunicazione svela ancora la bellezza del sito, i suoi monumenti, e la storia della sua fiera gente. Paolo Pilla
