“Fare un ospedale nuovo è più facile che curare gli ammalati”
mi diceva un esperto sull’argomento. “È importante il complesso ospedaliero di Treviso ancora in fase di ultimazione; per la città è orgoglio, ma più importante ancora è il personale, addetto alla cura dei pazienti”.
Giorno 5 gennaio 2026, avverto a tratti oppressione al torace, e insolita sensazione di nausea. Il mio cardiologo è irreperibile per il suo giusto periodo di libertà. Sentito al telefono un conoscente medico di lunga esperienza mi suggerisce, seppur malvolentieri, di andare quanto prima al Pronto Soccorso, decido di andarci. Prima delle 20 entro al P.S., c’era molta gente, per fortuna si possono interessare a me celermente, e vengo sottoposto agli esami di rito. Da quel momento però, i tempi non finiscono più. La consultazione degli esami è possibile dopo tre ore, e come suggerito dall’esito, dopo tre ore gli esami vanno ripetuti. Eseguiti questi ultimi devo attendere altre due ore, dopodiché ancora l’esito non è soddisfacente, servirà una terza indagine per decidere se devo essere visto dal cardiologo. Mi rendo conto che sono tempi tecnici necessari, io però intanto, è ormai l’una e mezza di notte, sono sfinito. Gentile, il medico mi dice che sarei stato sistemato in una “poltrona”. Bene ho pensato, pazienza, fatti forza Paolo! La sistemazione avvenne in una pseudo astanteria, una stanza corridoio, in dieci persone. Del personale qualcuno gentile altro meno, un continuo via vai, una signora si lamentava gridando per tutta la notte senza essere troppo assistita, lasciata con i suoi lamenti. A tratti un’addetta si affacciava allo stanzone chiamando il paziente di turno. Ebbene, è stata una nottata infelice, da incubo, le due ore programmate sono diventate sei; dopo le sette del mattino ho ricevuto l‘avviso che a breve sarei stato dimesso. Il medico ha detto che me ne potevo tornare a casa, non necessitavo di visita cardiologica; la dimissione conteneva la prescrizione di sottopormi a visita cardiologica entro 10 gg. Sono stato liberato da quegli aghi serviti ai vari prelievi, e dopo un’altra ora me ne sono andato, accompagnato da un famigliare. Sono entrato ammalato, sono uscito ammalato un po’ di più, e preoccupato perché mi rimaneva il timore del problema cardiaco. All’indomani infatti, ho nuovamente avvertito l’oppressione, stavolta maggiore, e la presenza di angina. Ho allora chiamato l’ambulanza, che mi ha ricondotto al P.S. dove ho dovuto di nuovo sostare per i controlli di rito, che richiedono tempo. La mia situazione al petto era costante, e sono stato finalmente portato al Reparto di Cardiologia, dove mi son sentito al sicuro, in buone mani. Il seguito mi ha visto nella urgenza di intervento all’arteria principale. Del soggiorno in Cardiologia non posso che dir bene, anzi benissimo, un’eccellenza, ho potuto complimentarmene pubblicamente. A dire il vero, tale non è solo la Cardiologia al Cafoncello di Treviso, sono pressoché tutti i reparti a renderlo un ottimo ospedale.
Non sono risentito con quel giovane medico che valutò non esserci l’urgenza di farmi vedere dal cardiologo, no! Non è possibile che una persona deputata a decidere in un ambito di tale rilevanza possa essere lucida dopo 12 ore di notte trascorse nella pesantezza di quell’ambiente. E né per il comportamento talvolta poco corretto del restante personale del P.S., che è costretto a operare in quell’ambito pesante, carico di umanità tanto numerosa e sofferente. È tutto il comparto sanità in difficoltà, vorrei solo dire che il P.S. degli ospedali è l’ancora di salvezza per chi sta male, dove sentirsi protetto, non in un luogo di disagio. Paolo Pilla
