“FERRO PAROLA”

Bellissima manifestazione, domenica 19 aprile, al Museo Simon Benetton, nel decennale della sua morte, un programma espositivo dal nome “ LUCE FERRO PAROLA”, un’opera  poetica scritta da Simon. Dire grande artista di Simon Benetton è troppo poco: a visitare quel museo si rimane incantati. Non è facilmente comprensibile come un uomo robusto mite e buono, possa riunire in se tante doti, la capacità di esprimersi in tal misura in campi dell’arte che talora necessitano anche di robustezza fisica non indifferente:

la scultura, la pittura, la lavorazione del ferro e del vetro, il tutto coordinato da un naturale pensiero poetico. Straordinario! Il padre Toni scultore, Simon figlio d’arte.

Per un tratto aveva frequentato l’Accademia di belle arti a Venezia, ma finì  che  l’ebbe lui, una cattedra di scultura (all’Accademia di Macerata).

L’incontro al Museo di Treviso, dal rilevante spessore culturale, verteva soprattutto sulla vena poetica di Simon Benetton, manifestata nel suo trascorso legame con il cenacolo “El Sil”, contribuendo alla poesia dialettale. A dilettarci, con fine competenza, tre artisti presentati con calore convinto dal direttore del Museo, Artur Valerio, che qui vediamo con Carla Povellato presidente di “El Sil”, il fine dicitore Giandomenico Mazzocato, intervallato da Valeria Romano, sono state le voci narranti il pensiero poetico dell’artista, mentre Nicola Vendramin dava sonorità alle poesie con arpa e flauto. I brani poetici dipingevano l’armonia della vita col profumo del pane, del vivere “nel grembo del mondo”, del ferro e del fuoco, del ritrovo della serenità, dei giochi del pensiero che accavallano la mente, di quanto è dato pensare, e sul desiderio del raggiungimento della meta. La preziosa arpa  ha dato calore ai versi recitati con persuasione,

in misura ancor maggiore mi ha colpito il flauto che indugiava nell’esprimere il lavoro del ferro: sembrava di vivere l’officina fabbrile, ci faceva sentire in totale sinfonia con essa. Chiariamo subito che la sua non era un’officina, era un laboratorio d’arte fabbrile dove oltre al metallo lavorava il vetro, scolpiva la pietra, una fucina dominata dal pensiero poetico che costantemente albergava in Simon. Era la poesia a dar impulso alla creatività. Ricordo che venticinque anni fa gli fu conferito il “Premio Treviso” per la cultura.

Una curiosità su quest’uomo: Il suo vero nome non era Simon, non era un Simone alla veneta, si chiamava Alessandro! Simon era un vezzo canzonatorio datogli da ragazzo, che Lui ha sempre mantenuto, e che francamente mi pare bello, un nome musicale. Ha iniziato presto la sua attività creativa. All’età di 17 anni, studente, fu attratto dalla testa di un suo compagno di classe, ne fece una scultura dalla perfetta forma e giustamente proporzionata; l’originale è visibile nel Museo. Nella vita non ha mai smesso di dedicarsi alla ricerca, ispirandosi ad artisti veneti come Arturo Martini, Antonio Canova, e all’artista inglese Henry Moore. A quest’ultimo deve la sua fama per le sculture in bronzo dall’aspetto surreale. Numerose sono le mostre a cui ha partecipato in Italia e all’estero, tra cui la Biennale di Venezia;  la Biennale di San Paolo in Brasile, e molte personali, come alla Fondazione Bevilacqua La Masa. Ancor più numerose sono le opere che hanno preso la strada del mondo, in musei, che non si contano, sia in Italia che all’estero.

A guardare i lavori esposti, dicevo, si rimane estasiati. Visitando l’interno del museo si è colpiti dalla grande capacità dell’artista, tra le opere poste nel parco affascina l’insieme delle sculture poste in cerchio a guardarsi tra loro,  

è tutto molto bello.

Tra i numerosi riconoscimenti ricevuti, quello di Grande Ufficiale della Repubblica Italiana, conferitogli dal Presidente della Repubblica.

Non si può mancare di visitar la mostra, che sarà aperta fino a tutto il mese di maggio.Paolo Pilla