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Golf
PILLOLE DI GOLF/247: I CAMPIONI DEL PGA INIZIANO L'ANNO ALLE HAWAII

L'outsider Schauffele trionfa nel torneo riservato ai 37 vincitori del circuito


MAUI - Al Plantation Course di Kapalua, è andato in scena l’evento riservato alla crema del PGA, cioè ai 37 che hanno vinto un torneo nel circuito della passata stagione. Il Sentry Tournament of Champions ha luogo sempre durante la prima settimana di gennaio, sempre nel medesimo...continua

Golf
CAMPI DA GOLF/19: IL MOLINETTO GOLF & COUNTRY CLUB

Dai Celti agli Sforza, a Cernusco sul Naviglio si gioca tra la storia d'Italia


CERNUSCO SUL NAVIGLIO - Quello che colpisce maggiormente arrivando al Golf Molinetto, è di trovarsi all’improvviso in una realtà che si stacca completamente da tutto ciò che la circonda: il territorio tipico della Lombardia produttiva, dove la gente è soprattutto...continua

Golf
PILLOLE DI GOLF/246: DAL 2019 IN VIGORE LE NUOVE REGOLE DI GIOCO

Le norme ridotte a 24: ecco le principali novità


TREVISO - Erano trentaquattro le Regole del Golf; erano tante, e soprattutto abbastanza complicate da ricordare, per il neofita che le doveva capire, memorizzare, e poi correttamente applicare.Dal 1° gennaio 2019 sarà in uso una versione rivisitata, principalmente finalizzata ad una...continua

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"Non è un’incantevole fiaba, non è una specie di evanescente poesia, e neppure soltanto l’occasione di esprimere qualche buon sentimento"

IL MESSAGGIO DI NATALE DEL VESCOVO GIANFRANCO AGOSTINO GARDIN

Una dedica a Paolo VI, a due mesi dalla sua beatificazione


TREVISO - Fratelli e Sorelle, la Liturgia cristiana ci fa dono, ancora una volta, della memoria del Natale del Signore. L’augurio di “buon Natale” viene spontaneo sulla bocca di tutti, anche in chi non ha particolare familiarità con la persona di Gesù. E davvero è una consuetudine che merita di essere conservata, anche solo per quel poco di reciproca attenzione, di simpatia, di fratellanza che riesce ad esprimere tra noi. Ne abbiamo bisogno. Ma io mi rivolgo anzitutto, con questo semplice messaggio, a voi, miei fratelli cristiani di questa nostra chiesa trevigiana; e non posso perciò non ricordare che il Natale non è un’incantevole fiaba, non è una specie di evanescente poesia, e neppure soltanto l’occasione di esprimere qualche buon sentimento. È l’inizio della concreta vicenda del Figlio di Dio venuto tra noi – uomo tra gli uomini, povero tra i poveri – per rivelarci che la nostra esistenza è oggetto di un amore inatteso e senza misura. Gesù ne ha parlato così: «Dio ha tanto amato il mondo da dare il Figlio unigenito, perché chiunque crede in lui non vada perduto, ma abbia la vita eterna. Dio, infatti, non ha mandato il Figlio nel mondo per condannare il mondo, ma perché il mondo sia salvato per mezzo di lui» (Gv 3,16-17).
Grazie al Figlio venuto tra noi, dunque, nessuno di quanti lo accolgono va perduto e il mondo intero è salvato. I nostri auguri di “buon Natale” forse non raggiungono questa verità, non esprimono la particolare gioia della salvezza che ci è donata. Posso invitarvi a immettere questa gioia e questa verità nei vostri auguri? Come se dicessero: gioisco con te, perché anche tu sei amato e salvato, e desidero che questa salvezza si compia per te nella misura più piena.
Natale come coscienza della propria salvezza! Riusciremo a viverlo con questo spirito? Il mio pensiero va, a due mesi dalla sua beatificazione, ai messaggi natalizi di quel grande cristiano che è stato Paolo VI. Egli sapeva collocare, con fine sapienza e con la passione dell’apostolo, l’evento del Natale nel contesto di un mondo che sembra aprirsi con fatica all’accoglienza del Salvatore.
Vorrei perciò, tra le tante, scegliere ed ascoltare con voi alcune espressioni – forse un po’ auliche ma certo assai efficaci – del suo messaggio natalizio del 1971. «Udite – invitava Paolo VI –, udite, uomini del pensiero, udite, uomini dell’azione! E voi, uomini della fatica, uomini della povertà, della schiavitù e del dolore, udite: è venuto fra noi e per noi il Salvatore! Credetelo! È venuto il Salvatore del mondo! Noi sentiamo, quasi ad interrompere il nostro discorso, lo strepito delle interrogazioni e delle obiezioni, che sorgono da ogni parte del mondo e da ogni spirito: Che cosa significa Salvatore? E chi è colui che si arroga tale titolo iperbolico? E come può mai venire dal presepio di Betleem un uomo, un essere così prodigioso che sappia svelare i segreti della nostra esistenza, che possa guarire la serie senza fine dei nostri malanni, che abbia virtù di fare in se stesso la sintesi d’ogni nostra vicenda, e soddisfare alla fine le nostre insaziabili speranze? Chi è? È sogno? È mito? Oh, non può essere! Così risponde la folla umana all’annuncio della salvezza? Anzi, oggi più che mai insorge ed incalza e dichiara: non abbiamo bisogno di codesta salvezza, non conosciamo cotesto Salvatore, non lo vogliamo riconoscere! (cfr. Lc 19, 14). Non è così che si atteggia il nostro odierno radicale secolarismo? (…) Fratelli tutti! È venuto il Cristo, oggi nostro Salvatore, domani nostro Giudice. Non lo respingiamo! Non lo ignoriamo! Come i pastori, dopo l’annuncio, diciamo a noi stessi: andiamo a vedere di che cosa si tratta (cfr. Lc 2, 15). Apriamo a Lui, Cristo, la porta della nostra coscienza, della nostra vita personale, familiare, sociale. Egli non viene per togliere, ma per dare! Non viene per ingombrare la stanza della nostra libertà, della nostra attività, della nostra umanità. Viene piuttosto per illuminarla, per allargarla, per allietarla questa stanza della nostra vita che, a ben guardarla, ha proprio bisogno, sotto ogni aspetto, di questo misterioso piccolo Ospite, Gesù».
Vogliamo aprirci a questo «misterioso piccolo Ospite», a quest’Uomo che ha la capacità di «fare in se stesso la sintesi d’ogni nostra vicenda». Sapendo che sono molti anche oggi, anche tra noi, coloro che Paolo VI definiva «uomini della fatica, uomini della povertà, della schiavitù e del dolore». Vorremmo che la bella notizia del Salvatore raggiungesse soprattutto costoro; e che questo avvenisse, prima di tutto, grazie alla nostra solidarietà, al nostro “uscire” verso di loro, al nostro piegarci sulle loro ferite, al nostro saper asciugare, con dolcezza fraterna, le loro lacrime.
A tutti voi un augurio cordialissimo di un Natale accolto nella fede e vissuto nella preghiera. Senza dimenticare che la salvezza di Dio passa anche attraverso i nostri gesti di un amore umile e concreto.

† Gianfranco Agostino Gardin
vescovo di Treviso