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Golf
PILLOLE DI GOLF/268: L'U. S. OPEN METTE IN PALIO LA LEADERSHIP MONDIALE

Trionfa Gary Woodland, a Molinari non riesce la rimonta


PEBBLE BEACH (USA) - È il terzo major stagionale americano, ha luogo a Pebble Beach Golf Links in California, una delle maggiori sedi di Golf nel mondo. Sono due gli azzurri a disputare questo importante torneo. Francesco Molinari è affiancato da Renato Paratore, il giovane romano che...continua

Golf
PILLOLE DI GOLF/267: OTTO AZZURRI AL BRITISH MASTERS

Il titolo, primo in carriera, va però allo svedese Kinhult


SOUTHPORT (GB) - È uno dei tornei di più lunga tradizione nel calendario, il Betfred British Masters, che si gioca sul percorso dell’Hillside Golf Club, a Southport, bella località sulla costa occidentale della Gran Bretagna. Sono ben otto i giocatori italiani in gara:...continua

Golf
PILLOLE DI GOLF/266: MANDARE IN BUCA GLI OSTACOLI DELLA VITA

A Sala Baganza, l'open internazionale per disabili


PARMA - Giunto ormai alla 19esima edizione, si è giocato a Parma, nel bel campo da golf del Ducato di Sala Baganza, il torneo internazionale per golfisti paralimpici. Il campo è un parkland, inserito nel Podere d’Ombriano, già antica residenza di caccia dei Duchi...continua

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Applaudita "lezione" del campione d'Europa al master SBS

GIGI DATOME IL PROF DI BASKET ALLA GHIRADA

Ha raccontato tutta la sua carriera: è nativo di Montebelluna


TREVISO - Grande entusiasmo alla Ghirada per la visita di Gigi Datome, campione d'Europa con il Fenerbahce, che ha tenuto la lezione ai 38 corsisti del Maste SBS. "Ho iniziato ad Olbia. Trafila delle giovanili poi aggregato in B2 fino a 15 anni. A 16 mi chiamò Siena, era il 2003, facevo la terza Scientifico e mi allenavo con Chiacig e Galanda, mamma voleva che sfondassi nel basket ma non mollai la scuola, a me non è mai piaciuto fare brutte figure, nemmeno nello studio. A Siena l’impatto fu duro: ad Olbia mi divertivo, ora ero diventato un investimento e su di me c’erano grandi aspettative. Però tenni duro, volevo provare ad ogni costo, qualche “vecchio” mi aiutava, altri un po’ meno. Società molto organizzata, ma Siena è città piccola: se uscivo con una ragazza, il coach già lo sapeva il giorno dopo. E che emozione al Palio, che atmosfera, una esperienza unica.”
-Biennio a Scafati: 46 gare. Scambiato con Rombaldoni…
“Andai in una neopromossa, rispetto a Siena chiaramente un passo indietro, ma avevo bisogno di giocare. Fu un bagno di umiltà ed una esperienza comunque utile.”
-Qui iniziano i tuoi 5 anni a Roma: 2008-2013.
“Lì se uscivo con una ragazza non lo sapeva nessuno… Rispetto a Siena trovai meno organizzazione, anzi ogni anno diminuivano gli investimenti. Coach Repesa, giemme Bodiroga, un grande, mi diede tanti consigli utili, alla quarta stagione fui MVP del campionato e la squadra, partita per salvarsi, andò in finale scudetto. Avrei potuto andare alla Virtus Bologna ma volli restare a Roma per continuare a migliorare, con lo stipendio tagliato del 30%”
-Ormai eri pronto per la Nba, e difatti andasti a Detroit.
“Sono anni luce avanti a noi. Ho visto un segnapunti che costava 4 milioni, cioè il budget di un nostro club di serie A. Professionismo esasperato, grande tutela della salute dei giocatori. Ci andai con entusiasmo anche se la Nba non era in cima ai miei pensieri, sapevo bene l’inglese e grosse difficoltà non ne incontrai. Certo, la vita era totalmente diversa, lì sei sempre in viaggio, mi svegliavo in albergo e nemmeno sapevo in che città fossi. In due anni cambiai quattro allenatori, ognuno aveva pregi e difetti. Ricordo l’emozione dell’esordio, io che arrivavo da 10 anni di A ed un centinaio di partite in Nazionale entrai in garbage time, ma fu un’esperienza bellissima. La prima notte dormii con la maglietta che aveva il mio nome.”
-Avesti anche una fugace parentesi in D League.
“Santa Cruz, California. Tutti contro tutti, livello scarso, tanti tiri da tre: non mi piaceva, ma si può rifiutare al terzo anno di Nba, io ero al secondo. Ci restai un week end.”
-Dopodichè altra Nba: 18 gare con i Celtics.
“Gli scambi avevano la deadline, il limite, alle 15 del 19 febbraio, lo scambio con Detroit, io e Jerebko, arrivò all’ultimo minuto ma noi non sapevamo nulla. A Boston in principio non giocavo ma un sms del coach mi riaccese la speranza: “Ti ho visto coinvolto in gara, lo apprezzo.” Continuavo a non giocare, però capii che bisogna essere pronti a sfruttare l’occasione e restare positivi, c’è sempre bisogno di tutti. E raggiungemmo i playoff. Fu un‘altra lezione di vita: a Roma ero un punto di riferimento, a Detroit uno qualsiasi. Non mi ritengo né una superstar né una scartina: se uno vale il tempo è galantuomo.”
-A questo punto il ritorno in Europa, al Fenerbahce.
“Avevo offerte anche da Khimki e Cska, ma ad Istanbul c’erano Obradovic, il coach più vincente d’Europa, e Gherardini, persona squisita oltre che bravo dirigente. Ed un club ambizioso. Due finali di Euroleague in altrettanti anni, quest’anno l’abbiamo vinta. In Turchia c’è un enorme interesse per la pallacanestro, i tifosi sono molto umorali, sanno tutto di te, ma sono anche sportivi, sanno riconoscere i meriti degli avversari. Obradovic è unico, davvero: molto duro, un tiranno ma difende sempre i suoi giocatori, magari ti insulta ma le cose te le dice in faccia. La Coppa è stata l’apice della mia carriera, la guardavo sempre con invidia, ora finalmente è mia.”
-E’ iniziata l’era del Fenerbhace dominatore d’Europa?
“Qualcuno pensava che fossi andato lì solo per i soldi, invece ho trovato il contesto tecnico ideale. Vogliamo essere una squadra sempre a giocarsi la Coppa nelle Final Four, c’è tanta strada da fare, abbiamo perso giocatori importanti, altri ne sono arrivati ma c’è tutto per ripeterci.”
-Perché invece in Italia con la nazionale e con i club rimediamo le figure che sappiamo?
“Per essere competitivi servono i soldi: in Italia la più ricca è Milano ma non è all’altezza delle altre europee. E comunque per vincere bisogna avere gente che ha già vinto, oltre ad una società organizzata. Purtroppo agli Europei la Nazionale non ha ottenuto il risultato che avremmo voluto, io per primo: chi ha preso le medaglie oggettivamente era più attrezzato di noi, è arrivato ciò che abbiamo meritato, né benissimo né malissimo, stare nel limbo non mi piace. Dopo gli Europei ho detto di volermi prendere un’estate libera e tutti a pensare che smetto, non è così, voglio solo investire sul mio corpo, quando l’ho fatto ne ho sempre ricavato dei benefici. Tornando alla nazionale, per il futuro io ho grande fiducia in Abbas, la generazione di Della Valle, Moretti, Mussini. E ci vogliono anche dei coach che abbiano il coraggio di lanciare i giovani. Gli italiani che sono andati nella Nba li hanno lanciati solo coach stranieri, non è certo un caso.”
-Segui le vicende anche della De' Longhi?
"Certo. So la passione che c'è qui, la squadra ha vinto la regular season negli ultimi tre anni, ho seguito il percorso di Moretti, ragazzo di cui ho sentito tanto parlare".
-Moretti è nel college di Texas Tech. Scelta giusta?
“La scelta giusta non c’è mai, quella ponderata sì e credo che la sua sia stata ponderata. Spero torni migliorato, in ogni caso il college è un’esperienza di vita male non fa.”
-Chi è il più forte giocatore del mondo?
“LeBron James, non si discute. Durant e Curry magari segnano di più ma vuoi mettere il carisma di James, un velo leader con una assoluta padronanza del campo.”
-Quanto di trevigiano ti è rimasto?
"Mamma è di qui, le mie origini certo non le nego, da bambino nel trevigiano ho passato tanti estati, venivo a trovare i parenti al Grest di Guarda. Del resto, fossi stato solo sardo non sarei così alto..."