Nell’Ottocento Crocetta era una umile località di campagna, in qualche modo dipendente dalla vicina Nogarè. La suddivisione del territorio voluta dalla Serenissima nel Trecento stabiliva che Ciano appartenesse alla podesteria di Treviso, e che Nogaré dipendesse da quella di Asolo. Nel 1811, a seguito della suddivisione dell’Italia in Divisioni Territoriali Militari, si stabilì per le due località divenire entrambe frazioni di Cornuda. Non andò bene alla gente di Ciano insofferente del diverso, usa a norme e consuetudini germaniche. I colmelli di Ciano insorsero, i Merighi ottennero l’indipendenza. In armonia con Nogarè, nel 1902 si formò un nuovo Comune con il nome “Crocetta Trevigiana”. Risultò pratico insediare la sede municipale proprio a Crocetta, nonostante fosse la località più piccola, si trovava in una posizione più acconcia. Significò buona sorte per il paesetto che crebbe e si sviluppò, i due Centri divennero sue frazioni. Giravolte della storia, ma a ben guardare, quel toponimo aveva già di suo l’irresistibile significato di incrocio fra strade, destinato inevitabilmente a crescere. Poco più di un ventennio più tardi, l’allora podestà Facchinello inoltrò istanza per poter modificare il nome del Comune in “Crocetta del Montello”, al fine di onorare i morti della battaglia del Solstizio del 1918.

Questo il decorso degli eventi nei tempi più recenti, ma c’è testimonianza in località Santa Mama, seppure di scarsa documentazione, che la zona era abitata già nel Neolitico.
Dei Romani c’è traccia a Ciano per l’esistenza di un modesto insediamento, e così anche a Nogarè dove passava Via Antighe, la strada che collegava la Postumia alla Claudia-Augusta-Altinate, a permettere il collegamento con la Germania. Si son trovate qui monete e altro, compreso uno scheletro, cose che fecero supporre la presenza di un accampamento, strategico per i rifornimenti ai soldati diretti al nord.
Nel ‘300, con la pergamena «Quaternus decimae triennalis», il piccolo borgo di case avente una cappella dedicata a San Nicolò viene codificato come «Rivasecca», poi a un tratto l’abitato, forse proprio per il suo insistere su di un incrocio di strade, cominciò a chiamarsi Crosetta. Nel V secolo d.C. arrivarono anche qui i barbari a saccheggiare: le varie tipologie di Goti, oltre ad Attila con gli Unni. Finalmente a metà del 500 fu il tempo dei Longobardi che elessero l’area a Ducato. Ma non era finita, nel 700 arrivarono i Franchi, popolo germanico proveniente dalle rive del Reno, che modificarono il Ducato in Marchesato. Giungiamo al secondo millennio, in Italia si stanno formando i Comuni, le Signorie, l’area di Crocetta dipende dal Vescovo di Treviso in conflitto permanente con la Signoria, ostilità che comprendono anche guerra tra Guelfi e Ghibellini.
Nel ‘200 ci furono due personaggi che tentarono incursioni alla zona: Tiso da Camposampiero vassallo del vescovo di Treviso, che investito di alcune terre, occupò Nogarè. Lo fece indebitamente con frequenti scorrerie, tuttavia qualche tempo dopo la dovette restituire. L’altro fu Marco Soldo, guerriero di Ezzelino Da Romano, che altrettanto procurò disagi al territorio.

Arrivò il tempo dei da Camino, poi di Cangrande della Scala. A far cessare le guerre tra le varie signorie in queste terre allora povere, ci pensò Venezia nel 1339, annettendo tutto il territorio. Il buon governo della Serenissima regalò via via un certo benessere. Nel ‘500 poi ancora non andava bene, distruzioni da parte delle truppe durante la guerra di Cambrai. Nei due secoli successivi continuò la miseria, gli abitanti non potevano contare sull’industria, pochi del popolo sapevano a malapena leggere e scrivere. Per poter mangiare non avevano che fare i contadini, lavorare la terra a mezzadria. Per non parlare degli ammalati, il medico era solo per le persone facoltose, il popolo moriva.
Tornando a tempi meno lontani, anche durante la seconda guerra mondiale Crocetta ebbe i suoi disastri: subì le lotte tra partigiani e repubblichini. È ancora vivo il ricordo tra gli anziani dell’osteria del paese data alle fiamme dai Tedeschi nel ’44. Una rappresaglia, vennero passati per le armi sei partigiani prelevati dal carcere di Montebelluna! In seguito, gli appartenenti alla X MAS della Repubblica Sociale Italiana fucilarono al cimitero di Ciano altrettanti partigiani.
A rendere testimonianza dell’antico passato ci pensa il Museo civico di Crocetta, che conserva i reperti affiorati al Buoro di Ciano, e al Capitel dei Lovi in Santa Mama. Il Buoro è una cavità vicina al fiume Piave, per la credenza frequentata dalla fata Ciane, la fata del Montello che governava la fertilità della Terra: figura mitologica, era la dea che non permise a Plutone dio degli inferi, di rapire Proserpina. Il Capitel dei Lovi, oggi incantevole posizione panoramica, era allora il luogo in cui si radunava una moltitudine di lupi che colonizzavano il Bosco del Montello. Un luogo suggestivo, proprio sul margine dell’alveo del fiume, sulla fiancata nord del Montello là dov’era il passo barca.
Il trecentesco capitello testimonia il legame con i lupi: al suo interno sono visibili tracce di questi animali dipinti a fresco, che indicano pericolo per la popolazione. Prima dell’attraversamento del fiume o subito dopo, i pellegrini si raccoglievano a pregare per essere protetti o per ringraziare per il mancato assalto dei lupi. Ecco come recita al riguardo un antico poemetto del Seicento:
“Antico capitel in Santa Mama
Con due lupi dipinti fabbricato
Da chi fu già dai lupi ivi assaltato,
perciò dei lupi capitel si chiama”
Va ricordato che nel 1284 il Podestà di Treviso aveva emanato uno statuto speciale che invitava a uccidere i lupi, troppi, e pericolosi per l’uomo. Ciò nonostante i lupi rimasero numerosi a lungo sul Montello, almeno fino a tutto il Settecento.
Nel 1870 ci fu una svolta, intesa a superare la miseria: la filanda Marcato costruita dalla omonima famiglia accanto alla loro villa. Le sorti da allora cambiarono per Crocetta. E ancora ci fu il Canapificio Veneto Antonini e Ceresa; diede lavoro a 750 operai, che divennero 3000 nel 1900.
Oggi nell’edificio riconvertito che accoglieva la filanda, albergano attività culturali da parte del Comune: il museo di storia naturale, e la scuola di musica. Accanto c’è Villa Sandi di stile palladiano, bellissima, che vide ospiti illustri. Da ammirare il pronao con le colonne ioniche, il bel timpano, le statue che ulteriormente arricchiscono la facciata. L’attuale proprietà è dedita alla viticoltura; villa e barchesse danno ricca ospitalità alla cantina, vocata alla produzione di spumante metodo classico. Paolo Pilla
